Progetto Sementi a l’Aquila: giovani e pensiero laterale all’Ex Convento di San Nicola
Si chiude oggi all’ex Convento di San Nicola ad Arischia la prima fase del Progetto Sementi, un innovativo laboratorio formativo dedicato ai giovani abruzzesi. L’evento, organizzato dall’Ordine Francescano Secolare d’Abruzzo, rappresenta una delle tappe centrali delle celebrazioni per l’Ottavo Centenario della morte di San Francesco d’Assisi, con il sostegno e il finanziamento del Comune dell’Aquila.
Cos’è il Progetto Sementi: un atelier per il pensiero divergente
Acronimo di Socialità, Esplorazione, Moltiplicazione, Talento, Energia, Network, Trasformazione e Inclusione, il Progetto Sementi ha riunito una dozzina di ragazzi provenienti da diverse aree dell’Abruzzo in una due giorni intensiva. Il focus dell’iniziativa è la scoperta e l’applicazione sistematica del pensiero laterale, un approccio creativo alla risoluzione dei problemi che invita a “pensare fuori dagli schemi”.
Attraverso domande provocatorie, stimoli inattesi e la sospensione del giudizio critico, il laboratorio ha permesso ai partecipanti di sviluppare competenze trasversali cruciali:
Creatività: generazione di idee multiple, originali e concrete.
Problem solving: esplorazione di prospettive non convenzionali per superare gli ostacoli.
Pensiero critico: destrutturazione degli schemi logici tradizionali.
Il legame con San Francesco e il ruolo del Comune dell’Aquila
L’intero laboratorio trae la sua ispirazione più profonda dall’invito testamentario del Santo patrono d’Italia a “fare la propria parte” per trovare il proprio percorso di realizzazione personale. L’evento si inserisce in un ampio programma culturale approvato dall’Amministrazione comunale(con deliberazione di Giunta n. 182 del 22 aprile 2026), un percorso iniziato nel 2024 in stretta sinergia con il Comitato Nazionale per le celebrazioni francescane.
Un ambiente inclusivo per riconoscere il proprio talento
Oggi i giovani incontrano spesso difficoltà nel guardare in modo costruttivo alle proprie risorse interiori, finendo talvolta in dinamiche relazionali o personali disfunzionali. L’obiettivo primario del Progetto Sementi all’ex Convento di San Nicola è stato proprio quello di invertire questa rotta, offrendo ai ragazzi uno spazio libero, stimolante e totalmente inclusivo. Un’occasione preziosa per guardarsi dentro, riconoscere il proprio potenziale e individuare gli ambiti migliori in cui far germogliare i propri talenti.
Domenica 13 settembre a partire dalle ore 19:30, l’orto del Ristorante Andreina a Loreto tornerà ad accendersi per la XIII edizione di FUOCO, la grande festa dedicata all’eccellenza e all’alta gastronomia italiana. Ideato dallo chef padrone di casa Errico Recanati in collaborazione con Francesco Quercetti, figura di riferimento regionale per Slow Wine, l’evento trasformerà il giardino estivo in un vero e proprio palcoscenico a cielo aperto dedicato alla convivialità e alla cultura culinaria.
Gli chef stellati e i giovani talenti protagonisti
Tra fumo e fiamme, oltre 50 protagonisti dell’enogastronomia interpreteranno la cottura primordiale per eccellenza, creando ciascuno un proprio microcosmo gastronomico per raccontare ingredienti e tecniche.
Il parterre vede la presenza di grandi chef stellati e maestri della cucina contemporanea:
Riccardo D’Agostino (La Pergola)
Marco Visciola (Il Marin)
Cristiano Tomei (L’Imbuto)
Andrea Leali (Casa Leali)
Riccardo Agostini (Il Piastrino)
Nino Rossi (Qafiz)
Andrea Bertini (Casa Bertini)
Gianpaolo Raschi (Ristorante Guido)
Ad affiancarli, la nuova generazione di talenti culinari, tra cui Alessandro Rapisarda (Casa Rapisarda), Daniele Di Russo (Osteria del Mare), Michele Pizzalunga (Castello di Reschio), Francesco Pompetti (Impastatori Pompetti) e Simone Marconi (Attico sul Mare).
Le novità 2026: Oyster & Champagne Bar
Per la sua tredicesima edizione, FUOCO introduce format pensati per elevare ulteriormente l’esperienza degli ospiti. L’innovazione principale è l’apertura dell’Oyster & Champagne Bar, un’esclusiva area lounge dedicata al raffinato incontro tra i sapori del mare e il calore della brace.
Inoltre, per garantire il massimo del comfort, quest’anno l’organizzazione prevede un posto a tavola riservato per tutti gli ospiti e un comodo servizio transfer disponibile su richiesta.
Produttori marchigiani e abbinamenti d’eccellenza
L’evento non celebra solo i grandi chef, ma anche gli artigiani del gusto, i vignaioli e i produttori del territorio. Il percorso degustativo sarà arricchito dalle eccellenze marchigiane, con realtà di spicco come Molino Mariani, Cau & Spada e Olio Agostini.
Il beverage rivestirà un ruolo centrale nell’esperienza. Cantine prestigiose come Umani Ronchi guideranno il racconto identitario del territorio attraverso calici di Verdicchio e Rosso Conero. Spazio anche alla storica liquoristica marchigiana, con etichette del calibro di Varnelli, Liquori Rosati e Nricca, pronte a sorprendere il pubblico con degustazioni e abbinamenti inediti sotto il cielo stellato di Loreto.
Come disse Silvio Berlusconi a Marco Travaglio e a Michele Santoro: ‘non sapete nemmeno scherzare’. Forse potremmo dire la stessa cosa a Massimo Bottura dopo la reazione alla battuta dell’Assessore del Comune di Modena a rapporti con le partecipate, lavoro, formazione professionale, promozione economica e attrattività, commercio, suap, agricoltura, artigianato, pmi e cooperazionePaolo Zanca.
Video originale realizzato da La Pressa
Una battuta maldestra di un assessore scatena la piccata reazione di Massimo Bottura. Un siparietto che ci interroga su cosa significhi oggi essere custodi del territorio e sull’arte, forse perduta, dell’autoironia.
A volte basta una battuta, magari non proprio riuscitissima, per svelare la distanza siderale tra due mondi che pure abitano la stessa terra. È quanto accaduto di recente a Modena, nel cuore dell’Emilia, durante una conferenza stampa di Confesercenti per la presentazione di un progetto di valorizzazione territoriale. I protagonisti del siparietto? L’assessore locale Zanca e Massimo Bottura, lo chef modenese che non ha bisogno di presentazioni.
Il casus belli è servito su un piatto d’argento. Rivolgendosi al patron dell’Osteria Francescana, l’assessore si lascia sfuggire una battuta: “Basta che non fai la pizza destrutturata”. Un’uscita che a molti fa correre un brivido lungo la schiena, espressione di un cliché trito e ritrito sull’alta cucina, il classico momento che nel gergo contemporaneo definiremmo senza esitazioni cringe.
Eppure, di fronte a questa caduta di stile, la reazione del celebre chef è la vera nota stonata. Visibilmente offeso, Bottura replica con un lapidario e demolitivo “Ma tu chi sei?”, per poi trincerarsi dietro lo scudo del proprio status internazionale, ricordando che in quel preciso momento, a Casa Maria Luigia, sedevano fior fior di giornalisti stranieri intenti ad assaggiare i prodotti locali, di cui lui è indiscusso alfiere.
Il fatto in sé si esaurisce qui, ma lascia in eredità una riflessione più profonda. Ciò che colpisce maggiormente è la totale mancanza di autoironia da parte di una figura arrivata all’apice del successo globale. Se è vero che la battuta dell’assessore pecca di goffaggine, è altrettanto vero che nasce con quella spontaneità e quella simpatia ruspante tipiche dei territori emiliani. È il tentativo, per quanto maldestro e ruspante, di cercare complicità, di scherzare per accorciare le distanze. Una veracità sanguigna che è l’anima stessa di quella terra.
Di fronte all’Olimpo della gastronomia, sembra che non si possa più sorridere. Massimo Bottura è un’eccellenza assoluta, un talento che ha portato Modena nel mondo, ma episodi come questo sollevano un interrogativo lecito: siamo sicuri che queste figure siano gli autentici “custodi” del territorio?
L’alta cucina viaggia su binari concettuali che spesso si allontanano dal vissuto quotidiano. Non c’è dubbio che Bottura sia un ambasciatore straordinario delle materie prime locali, ma la vera tradizione emiliana e romagnola è un’altra cosa. È una tradizione molto più semplice, diretta, fatta di tavolate rumorose e convivialità schietta. Un’identità che, a ben guardare, somiglia paradossalmente molto di più alla battuta fuori luogo dell’assessore che non alle astrazioni in punta di pinzetta.
Forse il vero cortocircuito della nostra epoca, in cui l’ego di chi raggiunge le vette dell’eccellenza è perennemente sotto i riflettori, è proprio questo: non si sa più nemmeno scherzare. E smarrire la capacità di farsi una risata, specialmente in Emilia, è un peccato che nessuna stella Michelin può compensare.
Cosa mangiava il Vate Gabriele D’Annunzio? Cosa gli preparava ‘Suor Intingola‘, la sua cuoca che oggi chiameremmo personal chef. Durante la manifestazione dedicata all’artigianato di lusso Artigianato e Palazzo, da trentadue anni in scena nel Giardino Corsini di via della Scala a Firenze, organizzata da Sabina Corsini e Neri Torrigiani, si svolgerà il caratteristico e rituale vernissage ‘Ricette di Famiglia‘, ideato e organizzato dalla giornalista televisiva Annamaria Tossani.
La giornalista Annamaria Tossani racconta dei ‘pizzini’ di Gabriele D’Annunzio
C’è un lato intimo, quotidiano e profondamente carnale nella vita di Gabriele D’Annunzio che si svela non tra i versi delle sue opere, ma tra i fornelli del Vittoriale. È una storia che profuma di burro, di riduzioni e di ricette elaborate, orchestrata da una figura tanto discreta quanto fondamentale nell’epopea dannunziana: la sua fidata cuocaAlbina Lucarelli Becevello.
L’incontro a Venezia e l’arrivo a Gardone Riviera
Tutto ha inizio durante gli anni veneziani del poeta. È qui che D’Annunzio incrocia il suo cammino con una giovanissima donna di estrazione modesta, quasi contadina, ma dotata di un talento innato per l’arte culinaria e di un’abilità fuori dal comune nel trattare le materie prime. Il Vate, esteta in ogni aspetto della vita e insaziabile ricercatore del bello e del buono, rimane letteralmente folgorato dai suoi piatti. Il legame di affetto e stima reciproca che si instaura è immediato, tanto che, al momento di stabilirsi nella monumentale dimora del Vittoriale degli Italiani, il poeta non ha dubbi: la giovane cuoca deve seguirlo per prendere in mano le redini della cucina.
La “Madre Badessa” di una brigata imponente
Al Vittoriale, la gestione quotidiana della casa non ha nulla da invidiare a quella di un grand hotel. Il personale di servizio conta ben ventiquattro persone, e a capo della brigata di cucina c’è proprio lei.
D’Annunzio, con il suo consueto gusto per l’enfasi e per la reinvenzione dei nomi, la ribattezza con una serie di appellativi che mescolano astutamente il sacro e il profano: per lui diventa la “Madre Badessa”, ma soprattutto “Suor Intingola”, “Suor Goduria” e “Suor Dovizia”. Soprannomi affettuosi che restituiscono l’immagine di una donna capace di amministrare con devozione quasi religiosa l’abbondanza e i piaceri della tavola, trasformando ogni pasto in un’esperienza sensoriale.
I “Pizzini”: un archivio storico del gusto
La comunicazione tra il Vate (spesso ritirato nelle sue stanze per scrivere, riflettere o per sfuggire alla malinconia) e il regno di Suor Intingola non avviene quasi mai a voce. D’Annunzio affida le sue voglie gastronomiche e le sue direttive a dei bigliettini, dei veri e propri “pizzini” fatti recapitare direttamente in cucina.
Questi piccoli frammenti di carta sono oggi una miniera d’oro per la storia della gastronomia italiana dell’epoca. Non contengono solo le richieste estemporanee del poeta, ma riportano annotazioni di ricette e menù dettagliatissimi, permettendoci di ricostruire con esattezza le caratteristiche della tavola del Vittoriale, sia per i frugali (ma ricercati) pasti consumati in solitudine, sia per i fastosi banchetti destinati agli ospiti di riguardo.
Il mito delle uova: la “pasticchina blu” del Vate
Tra le innumerevoli preparazioni che animavano i fuochi della dimora, un ingrediente spicca su tutti, ammantandosi di un’aura leggendaria: l’uovo. Pur non essendo più nel fiore degli anni o nel pieno del vigore fisico, D’Annunzio chiedeva a Suor Intingola di cucinargli uova in mille modi e declinazioni diverse.
Lungi dall’essere un semplice vezzo alimentare, pare che il poeta attribuisse a questo alimento poteri rinvigorenti formidabili. In un’epoca in cui il desiderio di circondarsi di figure femminili rimaneva intatto, le uova magistralmente preparate da Suor Intingola fungevano per il Vate da vera e propria “pasticchina blu” ante litteram: il segreto inconfessabile per sostenere le sue celebri doti di amatore e continuare a intrattenere le innumerevoli signore che varcavano le soglie del Vittoriale.
Un racconto, quello tra D’Annunzio e la sua cuoca, in cui il cibo si fa strumento di piacere, di vitalità e di seduzione, confermando come il palato fosse, anche per il Vate, l’anticamera del desiderio.
“LE RICETTE DI SUOR INTINGOLA: ALBINA LUCARELLI BECEVELLO, LA CUOCA DI GABRIELE D’ANNUNZIO” Dunque tutto questo ‘andrà in scena’ ad Artigianato e Palazzo. Ogni giorno alle 18.00 al Giardinetto delle Rose. È dedicato alla figura di Albina Lucarelli Becevello, detta “Suor Intingola”, storica cuoca di Gabriele D’Annunzio e protagonista della vita domestica del Vittoriale l’appuntamento pomeridiano di “Ricette di Famiglia”, curato da Annamaria Tossani. Attraverso il ricco epistolario conservato al Vittoriale – oltre 2.000 messaggi con cui il poeta le affidava desideri, richieste e curiosità gastronomiche – prende vita il racconto di un rapporto umano e professionale unico, fatto di affetto, fiducia e grande passione per la cucina. Gli incontri ripercorrono le ricette, i sapori e le consuetudini della tavola dannunziana grazie agli interventi di Maddalena Santeroni, autrice e studiosa (venerdì 11 settembre) e il pronipote del Vate Federico D’Annunzio (sabato 12 e domenica 13 settembre), con la lettura di alcuni dei più curiosi messaggi del poeta affidata all’attrice Maria Cassi. Al termine di ogni incontro, il pubblico potrà degustare un assaggio delle preparazioni più care a Suor Intingola e al “Padre Priore”, come talvolta il poeta amava firmarsi nelle lettere indirizzate alla sua cuoca. Le preparazioni saranno realizzate da Lo Scalco Catering di Firenze e servite sui piatti della collezione “Ricette di Famiglia” di Bitossi Home.
ARTIGIANATO E PALAZZO, la mostra organizzata e promossa da Sabina Corsini e Neri Torrigiani che mette in dialogo le diverse declinazioni dell’artigianato contemporaneo, torna da domani a domenica al Giardino Corsini di Firenze.
La XXXII edizione riunisce una nuova selezione di 100 artigiani e giovani designer, chiamati a mostrare dal vivo le diverse fasi del proprio lavoro e le modalità con cui materiali, tecniche e saperi si trasformano in nuove forme espressive. Un percorso che attraversa tutti gli ambiti dell’artigianato – dalla ceramica al tessile, dal legno alla lavorazione dei metalli, dal restauro alla decorazione… – dove“la tradizione” non è soltanto un patrimonio da conservare, ma – come scriveva Oscar Wilde– rappresenta anch’essa “un’innovazione ben riuscita”, perché ciò che oggi consideriamo un valore antico è nato, in origine, come un’idea nuova, un cambiamento o una rottura rispetto alle regole del tempo. È il risultato di una ricerca e sperimentazione rivolta al futuro.
Il tema “Riconnettersi con la natura”, filo conduttore di questa edizione, trova così una nuova declinazione nel rapporto diretto con la natura, che diventa origine e ispirazione del processo creativo.
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