Forte dei Marmi piange Bruno Vietina. L’ultimo saluto al pioniere della prima stella Michelin e del Maitò
Un grave lutto colpisce Forte dei Marmi e la Versilia. Dopo la perdita di Roberto Santini (storico titolare del Bagno Piero), la comunità dice addio a Bruno Vietina, figura simbolo della ristorazione e dell’ospitalità locale. Come riportato da La Nazione Viareggio, l’imprenditore si è spento all’età di 87 anni, lasciando un vuoto incolmabile nella storia dell’accoglienza italiana e internazionale.
La prima stella Michelin e i locali simbolo della Versilia
Bruno Vietina è stato un vero e proprio pioniere del settore. Tra le sue imprese più rilevanti:
Fondatore del Maitò: locale iconico di Forte dei Marmi.
La prima stella Michelin (1967): un riconoscimento storico per la ristorazione della cittadina versiliese.
Imprenditore di successo: il suo nome è rimasto legato a location storiche come il Bistrot, il Madeo e La Capannina.
Grazie al suo intuito, Vietina ha contribuito a definire il modello di eleganza, raffinatezza e accoglienza che ha reso Forte dei Marmi celebre in tutto il mondo.
Dalla Versilia al successo a Beverly Hills
Il talento imprenditoriale della famiglia Vietina ha superato i confini nazionali. L’esperienza maturata in Versilia è stata infatti esportata negli Stati Uniti, dove i Vietina hanno aperto celebri punti di riferimento gastronomici nel cuore di Beverly Hills, portando il gusto e il prestigio del Made in Italy fino in California.
Il ricordo dell’Amministrazione Comunale e del sindaco Bruno Murzi
Il Comune di Forte dei Marmi e l’intera cittadinanza si stringono intorno alla famiglia in questo momento di dolore. Il sindaco Bruno Murzi ha espresso il proprio cordoglio a nome di tutta l’Amministrazione:
“Con Bruno Vietina scompare uno dei protagonisti di una stagione straordinaria di Forte dei Marmi. Con il suo lavoro, il suo intuito e la sua capacità imprenditoriale ha contribuito a scrivere una parte della storia del nostro paese, portando poi quella stessa esperienza oltreoceano. Alla sua famiglia e a tutti i suoi cari va la vicinanza mia e dell’intera Amministrazione Comunale.”
Cosa mangiava il Vate Gabriele D’Annunzio? Cosa gli preparava ‘Suor Intingola‘, la sua cuoca che oggi chiameremmo personal chef. Durante la manifestazione dedicata all’artigianato di lusso Artigianato e Palazzo, da trentadue anni in scena nel Giardino Corsini di via della Scala a Firenze, organizzata da Sabina Corsini e Neri Torrigiani, si svolgerà il caratteristico e rituale vernissage ‘Ricette di Famiglia‘, ideato e organizzato dalla giornalista televisiva Annamaria Tossani.
La giornalista Annamaria Tossani racconta dei ‘pizzini’ di Gabriele D’Annunzio
C’è un lato intimo, quotidiano e profondamente carnale nella vita di Gabriele D’Annunzio che si svela non tra i versi delle sue opere, ma tra i fornelli del Vittoriale. È una storia che profuma di burro, di riduzioni e di ricette elaborate, orchestrata da una figura tanto discreta quanto fondamentale nell’epopea dannunziana: la sua fidata cuocaAlbina Lucarelli Becevello.
L’incontro a Venezia e l’arrivo a Gardone Riviera
Tutto ha inizio durante gli anni veneziani del poeta. È qui che D’Annunzio incrocia il suo cammino con una giovanissima donna di estrazione modesta, quasi contadina, ma dotata di un talento innato per l’arte culinaria e di un’abilità fuori dal comune nel trattare le materie prime. Il Vate, esteta in ogni aspetto della vita e insaziabile ricercatore del bello e del buono, rimane letteralmente folgorato dai suoi piatti. Il legame di affetto e stima reciproca che si instaura è immediato, tanto che, al momento di stabilirsi nella monumentale dimora del Vittoriale degli Italiani, il poeta non ha dubbi: la giovane cuoca deve seguirlo per prendere in mano le redini della cucina.
La “Madre Badessa” di una brigata imponente
Al Vittoriale, la gestione quotidiana della casa non ha nulla da invidiare a quella di un grand hotel. Il personale di servizio conta ben ventiquattro persone, e a capo della brigata di cucina c’è proprio lei.
D’Annunzio, con il suo consueto gusto per l’enfasi e per la reinvenzione dei nomi, la ribattezza con una serie di appellativi che mescolano astutamente il sacro e il profano: per lui diventa la “Madre Badessa”, ma soprattutto “Suor Intingola”, “Suor Goduria” e “Suor Dovizia”. Soprannomi affettuosi che restituiscono l’immagine di una donna capace di amministrare con devozione quasi religiosa l’abbondanza e i piaceri della tavola, trasformando ogni pasto in un’esperienza sensoriale.
I “Pizzini”: un archivio storico del gusto
La comunicazione tra il Vate (spesso ritirato nelle sue stanze per scrivere, riflettere o per sfuggire alla malinconia) e il regno di Suor Intingola non avviene quasi mai a voce. D’Annunzio affida le sue voglie gastronomiche e le sue direttive a dei bigliettini, dei veri e propri “pizzini” fatti recapitare direttamente in cucina.
Questi piccoli frammenti di carta sono oggi una miniera d’oro per la storia della gastronomia italiana dell’epoca. Non contengono solo le richieste estemporanee del poeta, ma riportano annotazioni di ricette e menù dettagliatissimi, permettendoci di ricostruire con esattezza le caratteristiche della tavola del Vittoriale, sia per i frugali (ma ricercati) pasti consumati in solitudine, sia per i fastosi banchetti destinati agli ospiti di riguardo.
Il mito delle uova: la “pasticchina blu” del Vate
Tra le innumerevoli preparazioni che animavano i fuochi della dimora, un ingrediente spicca su tutti, ammantandosi di un’aura leggendaria: l’uovo. Pur non essendo più nel fiore degli anni o nel pieno del vigore fisico, D’Annunzio chiedeva a Suor Intingola di cucinargli uova in mille modi e declinazioni diverse.
Lungi dall’essere un semplice vezzo alimentare, pare che il poeta attribuisse a questo alimento poteri rinvigorenti formidabili. In un’epoca in cui il desiderio di circondarsi di figure femminili rimaneva intatto, le uova magistralmente preparate da Suor Intingola fungevano per il Vate da vera e propria “pasticchina blu” ante litteram: il segreto inconfessabile per sostenere le sue celebri doti di amatore e continuare a intrattenere le innumerevoli signore che varcavano le soglie del Vittoriale.
Un racconto, quello tra D’Annunzio e la sua cuoca, in cui il cibo si fa strumento di piacere, di vitalità e di seduzione, confermando come il palato fosse, anche per il Vate, l’anticamera del desiderio.
“LE RICETTE DI SUOR INTINGOLA: ALBINA LUCARELLI BECEVELLO, LA CUOCA DI GABRIELE D’ANNUNZIO” Dunque tutto questo ‘andrà in scena’ ad Artigianato e Palazzo. Ogni giorno alle 18.00 al Giardinetto delle Rose. È dedicato alla figura di Albina Lucarelli Becevello, detta “Suor Intingola”, storica cuoca di Gabriele D’Annunzio e protagonista della vita domestica del Vittoriale l’appuntamento pomeridiano di “Ricette di Famiglia”, curato da Annamaria Tossani. Attraverso il ricco epistolario conservato al Vittoriale – oltre 2.000 messaggi con cui il poeta le affidava desideri, richieste e curiosità gastronomiche – prende vita il racconto di un rapporto umano e professionale unico, fatto di affetto, fiducia e grande passione per la cucina. Gli incontri ripercorrono le ricette, i sapori e le consuetudini della tavola dannunziana grazie agli interventi di Maddalena Santeroni, autrice e studiosa (venerdì 11 settembre) e il pronipote del Vate Federico D’Annunzio (sabato 12 e domenica 13 settembre), con la lettura di alcuni dei più curiosi messaggi del poeta affidata all’attrice Maria Cassi. Al termine di ogni incontro, il pubblico potrà degustare un assaggio delle preparazioni più care a Suor Intingola e al “Padre Priore”, come talvolta il poeta amava firmarsi nelle lettere indirizzate alla sua cuoca. Le preparazioni saranno realizzate da Lo Scalco Catering di Firenze e servite sui piatti della collezione “Ricette di Famiglia” di Bitossi Home.
ARTIGIANATO E PALAZZO, la mostra organizzata e promossa da Sabina Corsini e Neri Torrigiani che mette in dialogo le diverse declinazioni dell’artigianato contemporaneo, torna da domani a domenica al Giardino Corsini di Firenze.
La XXXII edizione riunisce una nuova selezione di 100 artigiani e giovani designer, chiamati a mostrare dal vivo le diverse fasi del proprio lavoro e le modalità con cui materiali, tecniche e saperi si trasformano in nuove forme espressive. Un percorso che attraversa tutti gli ambiti dell’artigianato – dalla ceramica al tessile, dal legno alla lavorazione dei metalli, dal restauro alla decorazione… – dove“la tradizione” non è soltanto un patrimonio da conservare, ma – come scriveva Oscar Wilde– rappresenta anch’essa “un’innovazione ben riuscita”, perché ciò che oggi consideriamo un valore antico è nato, in origine, come un’idea nuova, un cambiamento o una rottura rispetto alle regole del tempo. È il risultato di una ricerca e sperimentazione rivolta al futuro.
Il tema “Riconnettersi con la natura”, filo conduttore di questa edizione, trova così una nuova declinazione nel rapporto diretto con la natura, che diventa origine e ispirazione del processo creativo.
Si è aperta ufficialmente la seconda edizione di Risò, il Festival Internazionale del Riso, in programma a Vercelli fino a domenica 13 settembre 2026. Un appuntamento cruciale per il comparto agroalimentare italiano, segnato dalla presenza della Premier Giorgia Meloni, del Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e del Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio.
Al centro del dibattito istituzionale e di settore sono emersi i grandi nodi irrisolti della risicoltura italiana: la concorrenza sleale dei Paesi del Sud-Est asiatico, l’esigenza di reciprocità nelle regole di mercato e la vulnerabilità della rete idrica e irrigua, oggi fortemente sottodimensionata.
Il Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida a Risò 2026
Le sfide del comparto: concorrenza sleale e infrastrutture idriche
Il settore risicolo italiano, eccellenza riconosciuta in tutto il mondo, si trova a competere in mercati globali in cui vigono standard agronomici, fitosanitari, ambientali e sociali ben diversi da quelli europei.
Presente all’inaugurazione per Legacoop Agroalimentare, il referente del settore risicolo Andrea Baltera Bocchione ha sottolineato la continuità di queste battaglie con le proposte già presentate al Tavolo Riso tenutosi a fine luglio presso il Ministero dell’Agricoltura:
«Ritroviamo qui, a Vercelli, gli stessi temi che come Legacoop Agroalimentare avevamo posto con forza al Tavolo Riso di fine luglio. La rete irrigua resta sottodimensionata rispetto alle esigenze produttive attuali, e sentire ribadito dalle istituzioni l’impegno su dighe e Canale Cavour è un segnale importante, che ora dovrà tradursi in interventi concreti e programmati».
Filiera 100% italiana ed etichettatura trasparente
Per tutelare la qualità del riso Made in Italy e difendere il reddito degli agricoltori, Legacoop Agroalimentare indica due leve strategiche prioritarie:
Rafforzamento dei contratti di filiera: uno strumento fondamentale per garantire stabilità ed equità nei rapporti economici lungo tutta la catena del valore.
Sistemi di etichettatura e certificazione chiari: soluzioni capaci di rendere subito riconoscibile al consumatore il riso la cui intera filiera — produzione, lavorazione e confezionamento — sia avvenuta interamente sul territorio nazionale.
«La qualità del nostro riso non si difende solo a parole», ha ribadito Baltera Bocchione. «Serve reciprocità reale nelle regole della concorrenza internazionale, perché non è accettabile che prodotti ottenuti con standard diversi da quelli europei possano competere alla pari con il riso italiano sugli stessi mercati».
Promozione e futuro per la risicoltura italiana
Il Festival Risò di Vercelli si conferma dunque una vetrina internazionale fondamentale non solo per celebrare l’eccellenza gastronomica, ma anche per accendere i riflettori sulle necessità strutturali dell’agricoltura italiana. Legacoop Agroalimentare ha espresso apprezzamento per l’impegno delle istituzioni nella promozione del settore, auspicando che l’attenzione mediatica e politica di questi giorni porti a interventi rapidi e concreti per il rilancio definitivo della risicoltura italiana.
Chi è custode della memoria soffre per le direzioni sradicate del presente ma è sempre in compagnia di ricordi che possono bruciare come fiamme nelle notti oscure o brillare negli stati d’animo alti e sereni e in compagnia di chi ha la pazienza di ascoltare. Roberto Santini, scomparso la notte tra il nove e il dieci settembre duemilaventisei rappresentava questa memoria collettiva di una località unica del suo genere come Forte dei Marmi. Voce viva di chi lo ha preceduto e che a lui ha tramandato il saper accogliere con semplicità, qualità e rispetto. Persona che ha colto il senso spontaneo di un’arte che nasce dalla commistione tra sabbia, vento, risacca e orizzonte e la sapiente artigiana mano dell’uomo che ha plasmato legno e terracotta in cabine, tende e cannicci. Santini che ha inseguito quell’orizzonte ‘salpando in bicicletta‘ facendo per ben due volte il cammino di Santiago di Compostela.
Tra cabine e tende: un ambito familiare ereditato da due generazioni e che, lui, fiero raccontava ai suoi contemporanei: la storia di come sono nate le cabine e di come è spontaneamente sorta la ristorazione sulla spiaggia. Un micro macro mondo fatto di gesti quotidiani, soprattutto al fianco della propria famiglia con in testa la madre Nenè e dei suoi numerosi collaboratori. Uno stabilimento balneare, punto di riferimento per il mondo del cinema, dell’editoria, e comunque della cultura e della migliore imprenditoria. In silenzio, sono passati dalle ‘sabbie nobili ‘del Bagno Piero registi, attrici ed attori che con Roberto Santini avevano instaurato un rapporto di amicizia e soprattutto di stimolo culturale continuo. Dal regista premio Oscar Alfonso Cuaron al compianto Robin Williams solo per citarne alcuni.
Affilato come un rasoio e pungente come uno spillo, mente superiore dotato di una capacità di argomentazione ‘agonistica’ e di una granitica personalità che spaziava dalla battuta tagliente alla solenne e profonda ospitalità che tributava ai suoi amici fino ad una straripante ‘vis politica’ che lo ha portato ad essere il più giovane consigliere comunale della storia del suo Comune. Un umanista in riva al mare, tra bagnini, libri e vini, cinematografia e l’amore per il suo cane. Con Roberto Santini se ne va una parte di Forte dei Marmi, un testimone di prima mano della vera storia di questo piccolo angolo del mondo.
Pubblichiamo la chiacchierata integrale che abbiamo fatto con Santini nel giugno duemilaventisei per permettere a tutti di capire fino alla fine il personaggio, la mente e la grandezza del suo modo di pensare.
La morte di Santini è stata “improvvisa”, come ha dichiarato il sindaco Bruno Murzi che ha espresso cordoglio da parte di tutto il Comune. “La notizia della scomparsa di Roberto ci colpisce e ci addolora profondamente”, ha dichiarato Murzi. “Forte dei Marmi perde una persona che apparteneva alla sua storia e alla sua identità. Roberto non rappresentava soltanto una delle famiglie storiche della nostra balneazione: era un volto del paese, profondamente legato alle sue tradizioni e a quel modo autentico e discreto di vivere il Forte che dobbiamo continuare a custodire. Alla sua famiglia e a tutte le persone che gli hanno voluto bene va il mio abbraccio personale e quello dell’intera amministrazione comunale”.
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