L’indagine Altroconsumo svela il divario tra la consapevolezza etica degli italiani e le abitudini domestiche. Cresce la richiesta di etichette chiare e sconti sui prodotti in scadenza.
C’è una distanza sottile ma profonda tra la coscienza ecologica e i gesti quotidiani che compiamo tra le mura domestiche. L’83% degli italiani considera scorretto e poco etico buttare alimenti ancora commestibili, e l’80% riconosce lucidamente l’impatto ambientale negativo dello spreco alimentare. eppure, nella pratica di tutti i giorni, la teoria si scontra con la realtà: oltre la metà dei consumatori dichiara di gettare abitualmente almeno un po’ di cibo in casa.
È quanto emerge dalla nuova indagine condotta da Altroconsumo — insieme alle organizzazioni del network Euroconsumers su un campione di oltre 4.000 cittadini in Belgio, Italia, Portogallo e Spagna (di cui più di 1.000 in Italia) — e presentata in occasione del convegno “Donazione delle eccedenze”.
Il divario generazionale e le cause dello spreco domestico
A dieci anni dall’introduzione della Legge Gadda (166/2016) — che ha permesso di recuperare 3,7 milioni di tonnellate di cibo per un valore di 10,3 miliardi di euro —, il fronte della solidarietà e del recupero industriale ha fatto passi da gigante. Tuttavia, il nodo dello spreco domestico e della prevenzione resta centrale.
L’indagine evidenzia dinamiche differenti a seconda dell’età:
- I giovani (18-34 anni): Una persona su cinque nella fascia più giovane ammette di sprecare abbastanza o molto cibo ogni settimana, un dato legato a una minore pianificazione degli acquisti.
- I meno giovani (55-74 anni): La quota di cibo gettato diminuisce sensibilmente, grazie a una gestione più accorta della spesa.
Le cause principali dello spreco casalingo risiedono in comportamenti correggibili: cucinare porzioni superiori al necessario, non riuscire a consumare gli avanzi e comprare più del dovuto. Non a caso, chi pianifica accuratamente la spesa ha una probabilità inferiore del 40% di sprecare cibo rispetto a chi cede agli acquisti impulsivi.
Il consumo fuori casa e il tabù della “doggy bag”
Il fenomeno non risparmia i ristoranti: una persona su due ammette di lasciare nel piatto una quantità significativa di cibo a fine pasto. Sebbene il 66% chieda di portare a casa gli avanzi, chi non lo fa adduce come motivazione principale l’imbarazzo nel chiedere la doggy bag, segno che resistono barriere culturali da scardinare.
Etichette e date di scadenza: i consumatori invocano chiarezza
Uno dei nodi cruciali per evitare lo spreco domestico riguarda la comprensione delle etichette. Sebbene la maggior parte degli italiani creda di conoscere le differenze tra le diciture, soltanto il 15% ha risposto correttamente a tutte le domande di verifica dell’indagine.
- La formula “da consumarsi entro” è legata tassativamente alla sicurezza alimentare.
- La dicitura “da consumarsi preferibilmente entro” indica invece il termine in cui il prodotto mantiene le sue qualità ottimali, pur restando spesso edibile.
Per colmare questa lacuna, il 70% dei consumatori chiede informazioni più accessibili sul termine minimo di conservazione, mentre il 65% desidera indicazioni vincolanti sulla sostenibilità in etichetta. Inoltre, il 67% dichiara che acquisterebbe volentieri prodotti prossimi alla scadenza se venisse applicato uno sconto del 33%.
L’appello di Altroconsumo: prevenzione e strumenti concreti
Come sottolinea Federico Cavallo, Responsabile Relazioni Esterne di Altroconsumo:
«A dieci anni dalla Legge Gadda i risultati nel recupero delle eccedenze sono concreti e significativi. Ora serve un passo in più: non basta solo recuperare il cibo che avanza, bisogna fare in modo che ne avanzi meno. […] La nostra indagine mostra che la consapevolezza delle persone c’è, ma mancano gli strumenti per tradurla in comportamenti quotidiani: etichette e scadenze comprensibili, formati e promozioni che non spingano ad acquisti eccessivi, sconti reali sui prodotti vicini alla scadenza».
La prevenzione, dunque, deve diventare una priorità condivisa che coinvolga istituzioni, produttori, grande distribuzione e ristorazione, trasformando la sostenibilità in una scelta non solo etica, ma anche economicamente accessibile per le famiglie.
















