Ospite della rubrica “A tavola con”, Valeria Radici Odero racconta la storica cantina Frecciarossa. Un viaggio tra le colline dell’Oltrepò Pavese, i trionfi internazionali del passato e il fascino senza tempo del Pinot Nero.
Siamo a Casteggio, nel cuore pulsante dell’Oltrepò Pavese, su quella magica linea immaginaria che è il 45° parallelo, da sempre culla dei più grandi terroir vitivinicoli del mondo. Qui, dove le colline si rincorrono all’infinito vestendosi di boschi cedui e filari pettinati, sorge Frecciarossa, una tenuta che non è semplicemente una cantina, ma un pezzo monumentale di storia enologica italiana. Per questo nuovo appuntamento della nostra rubrica “A tavola con…”, incontriamo Valeria Radici Odero, donna del vino di straordinaria eleganza e quarta generazione alla guida di questa realtà. La vediamo ritratta, luminosa e sorridente durante una degustazione all’aperto, mentre stringe tra le mani una preziosa bottiglia della sua tenuta: l’immagine perfetta di un’accoglienza che sa di lusso discreto e di profondo amore per la propria terra.
Il terroir: l’energia di Casteggio e la “frana rossa”
Per comprendere il fascino di Frecciarossa bisogna calpestarne i suoli. Situata esattamente sulle alture di Casteggio (in via Fratelli Vigorelli), la tenuta domina incontrastata il paesaggio circostante. Il nome stesso dell’azienda è una dichiarazione d’intenti e di terroir: deriva infatti dall’antico toponimo locale fraccia rossa (frana rossa), a indicare la natura spiccatamente argillosa e ricca di ferro di questi terreni, capaci di trattenere l’acqua e nutrire le radici in profondità. La magnifica villa ottocentesca, le antiche cantine sotterranee e i vigneti circostanti creano un ecosistema isolato e protetto, un mondo a sé stante che unisce la nobiltà del passato a una moderna, e rigorosa, visione ecologica.
Una dinastia di pionieri: dal Galles alle colline lombarde
Le radici di Frecciarossa affondano in un passato da romanzo. Era il 1919 quando il bisnonno genovese di Valeria, Mario Odero, decise di abbandonare i fiorenti commerci di carbone che conduceva in Inghilterra per acquistare la tenuta e stabilirsi tra queste colline. Ma la vera, dirompente rivoluzione porta la firma di Giorgio Odero, il nonno di Valeria. A soli diciotto anni, dopo aver studiato Agraria a Milano, partì per la Francia e il Regno Unito con l’obiettivo di carpirne i segreti vitivinicoli e commerciali. Tornato a Casteggio, introdusse un’innovazione che, per l’Italia dell’epoca, era un’assoluta scommessa: decise di mettere il vino in bottiglia. In un’epoca e in un territorio dove il vino viaggiava quasi esclusivamente sfuso nelle damigiane e serviva a dissetare le campagne, questa intuizione ribaltò le regole del gioco, elevando il prodotto a un bene di lusso.
L’epopea del “Red Arrow”: dalle corti di Londra ai transatlantici per New York
Grazie all’idea della bottiglia e a una qualità senza compromessi, il vino di Frecciarossa varcò rapidamente i confini nazionali, diventando il nettare prescelto dai viceré delle Indie in Inghilterra e, dal 1935, persino fornitore ufficiale della Real Casa d’Italia. Eppure, è l’avventura americana a conferire alla famiglia un’aura mitica. Sfruttando le conoscenze con gli armatori genovesi, il vino di Casteggio viaggiava sulle elegantissime navi della “Italia Navigazione” verso gli Stati Uniti, allietando i passeggeri durante la traversata di venti giorni. Non appena il proibizionismo americano cadde (alla fine del 1933), Frecciarossa fu tra le primissime aziende italiane a sbarcare Oltreoceano, ottenendo la prestigiosa licenza di esportazione numero 19. Per adattarsi al nuovo e sterminato mercato e superare le difficoltà di pronuncia degli americani, il nome dell’azienda venne tradotto e registrato come “Red Arrow” (la Freccia Rossa), diventando in breve tempo un marchio iconico della dolce vita oltreoceano.
L’oasi biologica: il Pinot Nero e la salvaguardia dell’identità
Oggi, Valeria Radici Odero porta avanti questo retaggio immenso, affiancata da sua madre Margherita e sostenuta da una solida filosofia di sostenibilità. L’azienda è una tenuta agricola biologica certificata che ha rigorosamente bandito la monocoltura a favore di una reale biodiversità. Immersi tra i circa venti ettari di vigne troviamo infatti un orto rigoglioso di oltre mille metri quadrati, mucche, api e animali da fattoria, affiancati da un agriturismo d’autore — dove è persino possibile pernottare nell’antica cappella gentilizia della tenuta — e un ristorante che accoglie gourmand ed enoturisti.
Nel calice, la vocazione internazionale dell’Oltrepò si fonde con la veracità locale. Il Pinot Nero è il re incontrastato, trovando nell’argilla di Casteggio un’espressione potente, fine e incredibilmente longeva. Ma Valeria ha scelto di farsi anche custode della memoria storica della valle, lavorando con dedizione al recupero di vigne vecchissime (alcune coltivate per conto di un anziano contadino di 86 anni) dove dimorano le varietà autoctone per eccellenza: Croatina, Barbera, Uva Rara e Vespolina. Un ritorno alle origini per ridare vita a quei grandi rossi da invecchiamento che un tempo venivano chiamati fieramente “Gran Cru”.
La poesia dell’inverno e i ritmi lenti della campagna
Quando si chiede a Valeria cosa ami di più della sua terra, la risposta è un inno alla lentezza. Pur trovandosi ad appena un’ora di automobile dai ritmi frenetici di Milano, Casteggio regala un senso di isolamento dorato, un orizzonte di boschi e declivi che cambia pelle a ogni mese dell’anno. Se la primavera e l’autunno accendono la tenuta di colori vibranti, è l’inverno a svelare l’anima più profonda, intima e letteraria dell’Oltrepò Pavese.
“Le giornate fredde, la nebbia fitta che avvolge le colline, i camini accesi” racconta Valeria evocando memorie antiche. È questa l’atmosfera perfetta, ovattata e sospesa nel tempo, per chiudere il mondo fuori dalla porta, sedersi a tavola in buona compagnia e stappare una grande bottiglia di vino rosso.




















