Ritratto di Massimo Piccin: L’uomo che dialoga con la terra tra Bolgheri e Bibbona
Non si può capire Podere Sapaio senza ascoltare la voce di chi lo ha immaginato. Dalla scoperta di Bolgheri alla fine degli anni Novanta fino al nuovo, visionario Padiglione d’autore, viaggio nella mente di un vignaiolo che vive l’agricoltura come un atto di responsabilità e riconciliazione.
Ci sono produttori di vino che amano parlare di rese per ettaro, di cloni e di gradi Brix. E poi ci sono uomini come Massimo Piccin, fondatore e anima di Podere Sapaio, che quando gli chiedi del suo vino, inizia a parlarti del mare d’inverno, del rumore dei boschi e del peso etico di muovere la terra.
Per tracciare un ritratto fedele di Piccin, bisogna fare un passo indietro fino alla fine degli anni Novanta. All’epoca cercava un luogo dove fare vino, ma varcando i confini della Costa Toscana ha trovato molto di più: ha trovato il suo posto nel mondo. “Al di là del vino che si fa,” racconta con una pacatezza che tradisce una convinzione assoluta, “questo è il posto per me più adatto per vivere, per costruire un progetto”.
Il mare d’inverno e l’argilla rossa: la geografia dell’anima
Piccin è un uomo che rifugge gli stereotipi. Se gli si chiede di descrivere Bolgheri, non evoca le estati affollate o le vetrine patinate. La sua è una visione intima, quasi malinconica, che cerca la verità del paesaggio nella sua veste più nuda. Per lui, Bolgheri si rivela in “una giornata nuvolosa, fredda, col mare mosso e il cielo grigio”. Una passeggiata sulla spiaggia al mattino e un libro davanti al camino al pomeriggio. “Lo definisco come un grembo materno,” confida. “È un territorio bellissimo, la bellezza stessa ti rassicura, tutto ti accoglie.”
Ma l’animo di Piccin non si accontenta solo della quiete. Ha bisogno anche del contrasto, dell’asperità. Ed è qui che entra in gioco Bibbona, l’altro cuore pulsante della sua tenuta. Salendo verso la Macchia della Magona, a cento metri sul livello del mare, la sabbia placida lascia il posto a una vibrante, intensa argilla rossa. “Bibbona ha delle asperità in più. Ha un’estetica e un carattere differenti, più ruvidi”. In questa dicotomia tra l’accoglienza di Bolgheri e la sfida di Bibbona c’è tutta la complessità dell’uomo: la ricerca della pace e il fascino per l’indomito.
I vini come figli: il candore di un vignaiolo
Questo legame viscerale con la terra si trasforma, in cantina, in un affetto quasi paterno per le sue etichette. Quando Piccin parla del Volpolo, il suo Bolgheri DOC, abbandona qualsiasi filtro tecnico. Ne parla con un candore disarmante, come si parlerebbe di un bambino da accudire e veder crescere. Non è un caso che sull’etichetta campeggi una corona stilizzata, un tratto infantile, imperfetto e per questo bellissimo, che ricorda il disegno fiero di un figlio.

E poi c’è il Sapaio, il fratello maggiore. Degustare le annate in sequenza — come nella verticale dal 2019 al 2022 — significa leggere il diario personale di Piccin. Ogni calice è la traduzione liquida del tempo trascorso su quelle terre, un’evoluzione che porta il frutto a farsi elegante e il tannino a ingentilirsi, sorretto da quella sapidità vibrante che lui respira ogni giorno.

L’architettura come ferita e riconciliazione
Ma è quando il discorso si sposta sul futuro che emerge la statura intellettuale di Massimo Piccin. Entro il 2027, le vigne di Bibbona accoglieranno il nuovo Padiglione Sapaio, un’opera di oltre 1.000 metri quadrati firmata dal celebre studio di architettura Alvisi Kirimoto. Non una semplice cantina, ma un santuario sospeso tra i filari, con la tinaia interrata a contatto con l’argilla e una terrazza proiettata verso l’orizzonte.
Eppure, di fronte a quest’opera monumentale, Piccin non si lascia andare a trionfalismi aziendali. Al contrario, offre una riflessione profonda e rara nel mondo dell’imprenditoria agricola:
“La produzione di Sapaio ha il sigillo di quell’artigianalità che si rivela nella sua prossimità con l’arte. Ho sempre vissuto la mia attività di viticoltore, e più in generale di agricoltore, come un costante dialogo con il paesaggio e con gli esseri circostanti. Le pratiche agricole sono necessariamente un esercizio di selezione e dunque di dominio: privilegiano alcuni organismi a discapito di altri.”
Con un’onestà disarmante, Piccin descrive l’impatto dell’uomo sulla natura:
“L’architettura che ho voluto si impone certamente come segno nuovo nel paesaggio; ai primi scavi l’ho percepita quasi come una ferita. Ma a immaginarla finita, così come l’hanno pensata Massimo Alvisi e Junko Kirimoto, ecco che si apre subito a un dialogo con lo spazio circostante, alla ricerca della riconciliazione e della re-inclusione con ciò che la sua presenza, più o meno consapevolmente, ha potuto violare.”
In queste parole c’è tutto Massimo Piccin. Un agricoltore che sa di dover dominare la terra per trarne i suoi frutti, ma che sente il bisogno morale di chiedere il permesso al paesaggio. Un uomo che non costruisce per imporsi, ma per creare un nuovo equilibrio. È questo il vero segreto che si nasconde dietro un calice di Sapaio: prima del vino, c’è il pensiero. Prima della bottiglia, c’è il rispetto.










