Sedersi a tavola con Edoardo Mottini Jacorossi significa innanzitutto incontrare una scelta di vita fiera e controcorrente. In una famiglia storicamente legata al settore dell’energia, dove nessuno della seconda generazione aveva guardato alla terra, Edoardo ha raccolto la sfida nel 2014. Dopo due anni trascorsi all’ombra del direttore generale per capire i meccanismi aziendali, ha conquistato la fiducia del nonno e ha preso in mano le redini di Talosa.
Oggi, davanti a un calice, racconta questa storia con il piglio di chi ha saputo trasformare l’eredità familiare in un orgoglio intimo, quotidiano e caparbio.
Oltre la Durezza: Il Vino che Cerca il Palato
Quando si parla di come il vino debba comportarsi a tavola, Edoardo abbandona ogni retorica e sceglie la strada del candore giornalistico. Non nasconde le complessità storiche del territorio, anzi, le usa come punto di partenza per spiegare la sua visione.
“Il Nobile storicamente ha fatto fatica,” ammette con grande onestà. “Si è sempre presentato, all’apertura dell’annata, come un vino un po’ difficile, chiuso, magari anche un po’ duro.”
Per sovvertire questo paradigma e restituire al vino la sua funzione primaria – quella di essere bevuto e goduto a tavola – Talosa ha intrapreso una vera e propria ricerca sull’equilibrio. L’obiettivo attuale è creare un vino che mantenga una straordinaria longevità, ma che offra al contempo un’immediata prontezza di beva.
La rivoluzione si fa sottraendo, non aggiungendo: meno interventi invasivi in cantina, macerazioni più brevi e meno rimontaggi. Meno estrazione forzata, dunque, per preservare la freschezza, la verticalità del pH e l’acidità, senza mai perdere la complessità, il corpo e l’eleganza. Il risultato che Edoardo cerca per il suo pubblico è un vino accessibile, diretto, con un eccellente rapporto qualità-prezzo.
Il Calice dell’Identità: Il Progetto Pieve
Il discorso si fa più profondo quando si versa il vino nato dal Progetto Pieve, una scommessa collettiva iniziata nel 2016 insieme ad altri piccoli produttori di Montepulciano. Il fine ultimo era colmare quel vuoto di identità che, secondo i viticoltori storici, si era smarrita negli anni a causa dell’introduzione di vitigni internazionali e uve bianche.
A tavola, la Pieve porta una filosofia radicale: zero vitigni internazionali, solo autoctoni. Nel calice parla solo il territorio attraverso il Sangiovese, il Canaiolo e il Mammolo. Il progetto introduce il concetto di UGA (Unità Geografica Aggiuntiva), che permette a chi siede a tavola di leggere le caratteristiche specifiche della vigna: l’esposizione, il tipo di suolo, il microclima. Per garantire questo standard, il disciplinare impone l’uso di vigne vecchie (il limite iniziale era 35 anni, poi rimodulato a 15 per fare sistema) e un drastico abbassamento delle rese per ettaro, elevando la selezione della materia prima.
Bere la Storia: Il Respiro degli Etruschi
C’è un elemento estetico e culturale che rende l’esperienza di Talosa unica al mondo, ed è il legame fisico con il sottosuolo di Montepulciano. Parlare di vino con Edoardo significa visualizzare la splendida cantina sotterranea che si snoda proprio sotto Piazza Grande.
Non una struttura moderna, ma una grotta naturale scavata nel tufo dall’erosione del Mons Politianus. Uno spazio monumentale e rituale, utilizzato fin dall’antichità dagli Etruschi per scopi funerari. Ancora oggi, tra le grandi botti dove il vino matura nel silenzio, è custodita una vera e propria tomba etrusca. Servire questo vino a tavola significa, a tutti gli effetti, offrire un sorso di storia e di archeologia italiana.
La Battaglia Culturale: Nobile, non Abruzzo

Il pranzo con Edoardo si chiude su una riflessione cruciale che riguarda il posizionamento e l’educazione del consumatore, specialmente sui mercati esteri. Se da un lato il brand “Toscana” è una leva potentissima nel mondo – seconda solo al Made in Italy – dall’altro Montepulciano vive un paradosso comunicativo strutturale.
Il consumatore finale fa ancora molta confusione tra il Vino Nobile di Montepulciano e il Montepulciano d’Abruzzo. Edoardo mette i numeri sul tavolo con assoluto realismo: il Nobile toscano è una produzione di nicchia, piccola, da pochi milioni di bottiglie; il vitigno abruzzese muove invece decine di milioni di pezzi in tutto il mondo.
“Dobbiamo creare una sensibilità su questo tema,” conclude Edoardo. “Sono stati fatti degli errori di comunicazione nel passato che purtroppo ancora non siamo riusciti a correggere del tutto.” La sfida di Talosa, come marchio di nicchia fortemente identitario, è anche questa: usare la tavola e il racconto per spiegare al mondo che la nobiltà del vitigno toscano è una storia a sé stante, fatta di terra, di tufo e di una fiera, irriducibile toscanità.










